martedì 26 marzo 2013
giovedì 21 marzo 2013
mercoledì 20 marzo 2013
Tiziano Terzani - Un altro giro di giostra di
Agli inizi degli anni Trenta un avventuroso inglese di nome Paul Brunton fece un lungo viaggio in India sulle tracce della sua sapienza che lui vedeva minacciata dall’irresistibile avanzata della mentalità occidentale. Brunton incontra un vecchi yogi che nel corso della conversazione gli dice: “Solo quando i sapienti occidentali rinunceranno a inventare macchine che corrono più svelte di quelle che già avete e cominceranno invece a guardare dentro di sé, la vostra razza scoprirà un po’ di vera felicità. Lei non crederà che il viaggiare sempre più velocemente renda la vostra gente più felice?”
Sono passati più di settant’anni. Molti indiani sono capaci ancora oggi a porci quella domanda. Ma noi ce la siamo mai posta?Pare proprio di no, visto che il correre sempre più velocemente è diventato il nostro modo di essere. Tutto è ormai una corsa. Si vive senza fare più attenzione alla vita. Si dorme e non si fa caso a quel che si sogna. Si guarda solo la sveglia. Siamo interessati solo al tempo che passa, a farlo passare, a rimandare a poi quel che si vorrebbe davvero. Sul poi, non sull’ora, si concentra l’attenzione. Nella città in particolare la vita passa senza un solo momento di riflessione, senza un solo momento di quiete che bilanci la continua corsa al fare. Ormai nessuno ha più tempo per nulla. Neppure di meravigliarsi, di inorridirsi, di commuoversi, di innamorarsi, di stare con se stessi. Le scuse per non fermarsi a chiederci se questo correre ci fa più felici sono migliaia e, se non ci sono, siamo bravissimi a inventarle.
Sono passati più di settant’anni. Molti indiani sono capaci ancora oggi a porci quella domanda. Ma noi ce la siamo mai posta?Pare proprio di no, visto che il correre sempre più velocemente è diventato il nostro modo di essere. Tutto è ormai una corsa. Si vive senza fare più attenzione alla vita. Si dorme e non si fa caso a quel che si sogna. Si guarda solo la sveglia. Siamo interessati solo al tempo che passa, a farlo passare, a rimandare a poi quel che si vorrebbe davvero. Sul poi, non sull’ora, si concentra l’attenzione. Nella città in particolare la vita passa senza un solo momento di riflessione, senza un solo momento di quiete che bilanci la continua corsa al fare. Ormai nessuno ha più tempo per nulla. Neppure di meravigliarsi, di inorridirsi, di commuoversi, di innamorarsi, di stare con se stessi. Le scuse per non fermarsi a chiederci se questo correre ci fa più felici sono migliaia e, se non ci sono, siamo bravissimi a inventarle.
giovedì 14 marzo 2013
CAMPO BASE
Campo base, 12 marzo 2013.
Dopo mesi di attesa passati a fare programmi, a contemplare la vetta, a coltivare la pazienza bruciati dalla smania di partire, finalmente c'é una possibilità concreta di lasciare il campo base. Tra non molto sapremo se possiamo smontare le tende, impacchettare le nostre cose e andare.
L'emozione sale e già ci immaginiamo il momento nel quale guarderemo da lontano il campo emozionati e riconoscenti, senza esitazione e rimpianti.
Dopo mesi di attesa passati a fare programmi, a contemplare la vetta, a coltivare la pazienza bruciati dalla smania di partire, finalmente c'é una possibilità concreta di lasciare il campo base. Tra non molto sapremo se possiamo smontare le tende, impacchettare le nostre cose e andare.
L'emozione sale e già ci immaginiamo il momento nel quale guarderemo da lontano il campo emozionati e riconoscenti, senza esitazione e rimpianti.
martedì 12 marzo 2013
giovedì 7 marzo 2013
Julio Velasco - Cose facili e difficili
"Non esistono cose facili o difficili, esiste quello che so fare o che non so fare"
lunedì 4 marzo 2013
Gibran Khalil Gibran - Il lavoro

Poi un contadino disse: "Parlaci del Lavoro". Ed egli rispose:

Voi lavorate
per seguire il cammino della terra e con lo spirito della terra.
Poiché stare in ozio è diventare estraneo alle stagioni, e allontanarsi dal corteo della vita che avanza maestosa e con fiera sottomissione verso l'infinito.
Poiché stare in ozio è diventare estraneo alle stagioni, e allontanarsi dal corteo della vita che avanza maestosa e con fiera sottomissione verso l'infinito.
Quando voi lavorate siete un flauto che
attraverso la sua anima
trasforma in musica il mormorio della vita.
Chi vorrebbe essere una canna muta, quando tutte
le altre cantano all'unisono?
Vi è stato sempre detto che il lavoro è una
maledizione e la fatica una sventura.
Ma io vi dico che quando lavorate compite una parte del sogno più avanzato della terra, che fu assegnata a voi quando quel sogno nacque.
E che sostenendo voi stessi col lavoro amate in verità la vita, e che amare la vita nel lavoro è vivere intimamente con il più intimo segreto della vita.
Ma io vi dico che quando lavorate compite una parte del sogno più avanzato della terra, che fu assegnata a voi quando quel sogno nacque.
E che sostenendo voi stessi col lavoro amate in verità la vita, e che amare la vita nel lavoro è vivere intimamente con il più intimo segreto della vita.
Ma se nella vostra sofferenza dite che nascere è
un tormento e sostentare la carne una maledizione scritta in fronte, io vi
rispondo che nulla tranne il sudore della fronte laverà ciò che vi è scritto.
Vi hanno anche detto che la vita è tenebre, e
nella vostra stanchezza fate eco a ciò che dissero gli stanchi.
E io vi dico che la vita è davvero oscurità se è priva di slancio e che ogni slancio è cieco se non v'è conoscenza e ogni conoscenza è vana, se non v'è l'operare e
ogni opera è vuota se è priva dell'amore.
Quando operate con amore legate voi a voi stessi l'uno all'altro e a Dio.
E io vi dico che la vita è davvero oscurità se è priva di slancio e che ogni slancio è cieco se non v'è conoscenza e ogni conoscenza è vana, se non v'è l'operare e
ogni opera è vuota se è priva dell'amore.
Quando operate con amore legate voi a voi stessi l'uno all'altro e a Dio.
Cosa significa operare con amore?
È tessere la stoffa con i fili del cuore, come se anche chi amate dovesse indossarla.
È costruire una casa con affetto, come se anche chi amate dovesse abitarla.
È seminare con dolcezza e mietere il grano con gioia, come se anche chi amate dovesse mangiarne.
È impregnare ogni cosa che plasmate con un soffio del vostro spirito,
E sapere che tutti i beati vi stanno intorno e vi osservano.
È tessere la stoffa con i fili del cuore, come se anche chi amate dovesse indossarla.
È costruire una casa con affetto, come se anche chi amate dovesse abitarla.
È seminare con dolcezza e mietere il grano con gioia, come se anche chi amate dovesse mangiarne.
È impregnare ogni cosa che plasmate con un soffio del vostro spirito,
E sapere che tutti i beati vi stanno intorno e vi osservano.
Vi ho udito spesso dire, come parlando nel
sonno:
"Chi scolpisce nel marmo, e vi ritrova la forma
del suo animo, è più nobile di chi ara la terra;
E chi afferra l'arcobaleno e lo distende su una tela nelle sembianze di un uomo, è maggiore di chi fabbrica i sandali per i nostri piedi".
E chi afferra l'arcobaleno e lo distende su una tela nelle sembianze di un uomo, è maggiore di chi fabbrica i sandali per i nostri piedi".
Ma io, non in sonno, ma nella più lucida veglia
meridiana, vi dico che il vento non parla più soavemente alle querce giganti
che al più minuscolo filo d'erba;
E che grande è soltanto chi trasforma la voce del vento in un canto reso più dolce dal suo amore.
E che grande è soltanto chi trasforma la voce del vento in un canto reso più dolce dal suo amore.
L'opera è amore che si fa visibile.
Se non potete lavorare con amore, ma solo con riluttanza, allora è meglio lasciare il lavoro e sedere alla porta del tempio e accettare elemosine da chi lavora con gioia.
Perché se fate il pane con indifferenza, farete un pane amaro che nutre solo a metà.
E se spremete l'uva con astio, il vostro astio distillerà un veleno nel vino.
E se anche cantate come angeli, e non amate il canto, chiuderete le orecchie dell'uomo alle voci del giorno e della notte.
Se non potete lavorare con amore, ma solo con riluttanza, allora è meglio lasciare il lavoro e sedere alla porta del tempio e accettare elemosine da chi lavora con gioia.
Perché se fate il pane con indifferenza, farete un pane amaro che nutre solo a metà.
E se spremete l'uva con astio, il vostro astio distillerà un veleno nel vino.
E se anche cantate come angeli, e non amate il canto, chiuderete le orecchie dell'uomo alle voci del giorno e della notte.
mercoledì 27 febbraio 2013
Fauja Singh, Il Maratoneta Centenario
Domenica 24 Febbraio il maratoneta di 101 anni Fauja Singh, ha appeso le scarpette al chiodo dopo aver concluso in 1h32:29 la 10 km della maratona di Hong Kong.
"E’ uno dei giorni più felici della mia vita", ha dichiarato
l’anziano uomo al traguardo, dove è giunto sventolando la bandiera di Hong
Kong; Fauja ha comunicato che comunque continuerà a correre per 15 km al
giorno, per mantenere il suo stato di salute (sta benissimo e pesa 52 km!) e
raccogliere fondi per alcune associazioni benefiche.
Incredibile la storia di quest’uomo, agricoltore per tutta la vita, divenuto
maratoneta a 89 anni, dopo la morte della moglie e di un figlio; trasferitosi a
Londra da un altro figliolo ha cominciato a correre per dimenticare e per
scaricare la rabbia. Ben presto si è scoperto maratoneta e ha partecipato a
quella di Londra (2000) concludendola in 6 ore e 54 minuti. Poi, ancora Londra,
per altre 3 volte, e nel 2003 si migliora di 52 minuti; di lì a Toronto dove
stabilisce il pb in 5h40. Decide così di andare a New York, ma è una delusione:
mal visto dal pubblico per via del turbante e sofferente per una ferita ad un
piede, riesce comunque a concludere la gara (7h35). Nove le maratone concluse
dall’uomo, soprannominato “Turbaned Tornado”, per via del tipico
copricapo indossato, con l’ultima corsa da centenario nel 2011, ancora a
Toronto, in 8h11:06. Da aggiungere, infine, che Fauja, da bambino, aveva
cominciato a camminare solo a dieci anni a causa di una malattia che lo portava
a non avere forza nei muscoli e a non riuscire a stare dritto.
domenica 24 febbraio 2013
A come Abbraccio di Massimo Gramellini
| Cuori allo specchio | Massimo Gramellini |
LA STAMA 24/02/2013
A come Abbraccio
Può essere un abbraccio, può essere il coricarsi incollati l’uno all’altro, può essere il farsi un timido piedino. Il segreto per scovare la vera felicità è tutto qui: farsi avvolgere e travolgere dalle coccole. Parola di Anna Nathan Shekory, psicologa e antropologa di 36 anni che sulle coccole ci ha investito davvero parecchio, tanto da aprire a Londra la prima «Scuola dell’abbraccio», con workshop pratici per imparare a trovare gioia e appagamento nell’innocente incontro dei corpi. «E’ sempre più difficile abbracciare - spiega Anna, che nel tempo libero si divide tra la professione di educatrice di ragazzi in difficoltà e quella di assistente ad un mago –, oggi le persone passano molto tempo a socializzare virtualmente e una delle esperienze che più manca è proprio quella di un contatto fisico soddisfacente».
Ai corsi partecipano persone di tutti i tipi, dagli studenti universitari ai pensionati, passando per operai, artisti e imprenditori, fino a donne vittime di abusi e che sono alla ricerca del coraggio e del piacere nel farsi nuovamente sfiorare da un uomo. Quello che tenta di fare Anna è riportare le coccole nella quotidianità, per esplorare la spontaneità di piccoli gesti in grado di mettere in connessione con gli altri. Anche nel nome della chimica: se un contatto fisico di poco più di 20 secondi produce effetti positivi sull’umore che possono durare fino a 24 ore è merito dell’ossitocina, un ormone prodotto dal corpo quando è sollecitato da sentimenti di cura e affetto. E quello che più le piace insegnare è l’abbraccio «fondente»: bisogna guardarsi negli occhi e chiedere all’altra persona il permesso di toccarla. Quando l’altra persona dice sì, e lo deve dire verbalmente, ci si stringe incrociando le braccia l’uno attorno all’altra. Poi si respira insieme per tre volte e ci si culla leggermente prima di lasciarsi. Infine ci si guarda negli occhi sussurrandosi ancora una volta «Grazie». E, assicura Anna, bastano due abbracci così al giorno per vedere il mondo con occhi nuovi. E portarsi a casa un Master in coccole.
sabato 23 febbraio 2013
I NOSTRI VERI DIRITTI
L'ASSERTIVITA'
L'assertività (dal latino "asserere" che significa "asserire"), o asserzione (o anche affermazione di sé), è una caratteristica del comportamento umano che consiste nella capacità di esprimere in modo chiaro le proprie emozioni e opinioni senza tuttavia offendere né aggredire l'interlocutore.
I diritti assertivi comprendono il rispetto di se stessi, delle proprie esigenze, sentimenti e convinzioni. Tali diritti sono necessari per costruire sentimenti e pensieri positivi come l'autostima e la fiducia. Riconoscerli e rispettarli significa anche riconoscerli e rispettarli negli altri.
I DIRITTI ASSERTIVI:
- DIRE NO ALLE RICHIESTE ALTRUI SENZA SENTIRSI IN COLPA
- IL diritto di fare qualsiasi cosa, purchè non danneggi nessun altro.
- IL diritto di mantenere la propria dignità agendo in modo assertivo, anche se ciò urta qualcun altro, a condizione che il movente sia assertivo e non aggressivo.
- IL diritto di fare richieste ad un’altra persona, dal momento che riconosco all’altro l’identico diritto di rifiutare.
- IL diritto ridiscutere il problema con la persona interessata, e di giungere a un chiarimento.
- IL diritto ad attuare i propri diritti ed al rispetto altrui dei propri diritti.
- IL diritto di avere idee, opinioni, punti di vista personali e non necessariamente coincidenti con quelli degli altri.
- IL diritto a che le proprie idee, opinioni e punti di vista siano quanto meno ascoltati e presi in considerazione (non necessariamente condivisi) dalle altre persone.
- IL diritto ad avere bisogni e necessità anche diverse da quelle delle altre persone.
- IL diritto a provare determinati stati d’animo ed a manifestarli in modo assertivo se si decide di farlo.
- IL diritto di commettere degli errori, in buona fede.
- IL diritto di decidere di sollevare una determinata questione o, viceversa, di non sollevarla.
- IL diritto di chiedere aiuto.
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