martedì 21 febbraio 2012

SCIMMIE E CREDENZE

In oriente, catturano le scimmie con un semplice artifizio.
Si servono di un cesto con una piccola fessura e poi ci mettono dentro un frutto.
Poi, legano il cesto ad un palo. La scimmia arriva, mette la zampa dentro il cesto e afferra il frutto. Chiudendo la mano e stringendo saldamente il suo premio,la mano diventa troppo grossa per uscire dalla fessura.
Allora gli uomini arrivano e la catturano....
Resta intrappolata dalle sue stesse credenze.
Non c'è nient'altro che la trattiene.
Potrebbe andare via facilmente se lasciasse andare il frutto.
Ma non mollerà la presa. Ciò che la intrappola è un pensiero, se lascio andare perderò qualcosa.
Questo stesso concetto intrappola anche noi. in alcuni momenti, sentiamo che se lasciamo andare cio' che abbiamo - il nostro sè limitato - perderemo qualcosa.
Così alcune volte ci aggrappiamo saldamente alla nostra identità o ego, e restiamo intrappolati.
Se lasciamo la presa, e questo ci fa paura perchè non sappiamo cosa ci aspetta, saremo liberi.


mercoledì 8 febbraio 2012

La nostra piu grande paura - Marianne Willamson




La nostra paura piu’ profonda non e’ quella di essere inadeguati.
La nostra paura piu’ grande e’ di essere potenti al di la’ di ogni misura.
E’ la nostra luce e non il nostro buio cio’ che ci spaventa.
Ci domandiamo: Chi sono io per essere brillante, magnifico, pieno di talento, favoloso?
In realta’, chi sei tu per non esserlo?
Tu sei un figlio dell’Universo.
Il tuo giocare a sminuirti non serve al mondo.
Non c’e’ nulla di illuminato nel rimpicciolirsi in modo che gli altri non si sentano insicuri intorno a noi.
Noi siamo fatti per risplendere come fanno i bambini.
Noi siamo fatti per rendere manifesta la gloria dell’universo che e’ in noi: non solo in alcuni di noi, ma in ognuno di noi.
E quando permettiamo alla nostra luce di risplendere, noi, inconsciamente, diamo alle altre persone il permesso di fare la stessa cosa.
Quando ci liberiamo dalle nostre paure, la nostra presenza automaticamente libera gli altri.
Poesia di - Marianne Williamson -
resa famosa da - Nelson Mandela -

giovedì 19 gennaio 2012

martedì 15 novembre 2011

LA POESIA di Pablo Neruda recitata da Arnoldo Foà

Accadde in quell'età... La poesia venne a cercarmi. Non so da dove sia uscita, da inverno o fiume. Non so come, nè quando, no, non erano voci, non erano parole nè silenzio, ma da una strada mi chiamava, dai rami della notte, bruscamente fra gli altri, fra violente fiamme o ritornando solo, era lì senza volto e mi toccava. Non sapevo che dire, la mia bocca non sapeva nominare, i miei occhi erano ciechi, e qualcosa batteva nel mio cuore, febbre o ali perdute, e mi feci da solo, decifrando quella bruciatura, e scrissi la prima riga incerta, vaga, senza corpo, pura sciocchezza, pura saggezza di chi non sa nulla, e vidi all'improvviso il cielo sgranato e aperto, pianeti, piantagioni palpitanti, ombra ferita, crivellata da frecce, fuoco e fiori, la notte travolgente, l'universo. Ed io, minimo essere, ebbro del grande vuoto costellato, a somiglianza, a immagine del mistero, mi sentii parte pura dell'abisso, ruotai con le stelle, il mio cuore si sparpagliò nel vento.

venerdì 4 novembre 2011

Recensione: PERCHE' MENTIAMO CON GLI OCCHI E CI VERGOGNAMO CON I PIEDI - Allan e Barbara Pease



Forse non tutti sanno che il 60-80% della comunicazione è non verbale. Ovvero, al di là delle parole e dei movimenti consci, occhi, mani, piedi, muscoli facciali... tradiscono in maniera inconsulta pensieri, sensazioni, atteggiamenti.
Perciò, osservando i nostri interlocutori, possiamo facilmente interpretarne desideri e intenzioni, e anche cogliere le dinamiche fondamentali dei rapporti umani, da quelle di potere al corteggiamento, dall'autodifesa alla prevaricazione.
Questo testo vi aiuterà a riconoscere gli indizi e i segnali non verbali che vi vengono lanciati - ma anche quelli che voi date al vostro interlocutore - e a usarli per comunicare in modo efficace e indurre le reazioni che desiderate. Ci sarà sicuramente chi obietterà che lo studio del linguaggio corporeo è solo l'ennesimo tentativo di usare la scienza per dominare gli altri, carpirne pensieri e sentimenti segreti.
Questo libro vi consentirà  di comunicare in modo più efficace, di capire meglio il prossimo e, di conseguenza, voi stessi.
Un birdwatcher non studia gli uccelli per cacciarli e portarseli a casa come trofei; analogamente, la conoscenza del linguaggio corporeo e la capacità di leggerlo trasformano ogni occasione d'incontro in un'esperienza affascinante.
"Perché mentiamo con gli occhi e ci vergogniamo con i piedi?" - frutto di trent'anni di studio e di esperienza sul campo - vi fornirà il "vocabolario" essenziale per decodificare atteggiamenti e sentimenti altrui. Vi svelerà inoltre perché le persone agiscano talvolta in modo per voi assolutamente incomprensibile e modificherà radicalmente il vostro stesso comportamento."

Allan e Barbara Pease
sono due psicoterapeuti australiani esperti di comu­nicazione e linguaggio del corpo. In patria hanno riscosso un clamoroso successo con lezioni, trasmissioni televisive e seminari dedicati alle relazioni tra i sessi; nel resto del mondo si sono conquistati vastissima riso­nanza grazie agli ormai celeberrimi manuali tradotti in trentasei lingue.

giovedì 20 ottobre 2011

PHILIPPE PETIT - funambolo e pensatore


"I limiti esistono soltanto nell'anima di chi è a corto di sogni".


"...quello che faccio non ha nulla a che vedere con il corpo. Passione, intuizione, ricerca della perfezione, tenacia, amore per qualcosa: tutto questo è frutto della mente. Per camminare su una corda tesa si ha certamente bisogno del corpo, ma prima di tutto è necessario generare una sorpredente energia di solidità e di fede: bisogna credere.
Quando sono sulla fune, quando, dopo aver afferrato la mia asta da equilibrista, sono pronto a partire, devo sapere in anticipo, prima di fare il primo passo, che arriverò dall'altra parte. Se non lo sapessi, fuggirei via perchè sarebbe terrificante.
Questa è fede. Forse è una fede religiosa: di certo ha a che fare con la mente. La mia filosofia è di avere un'idea, un progetto, impegnare la mia mente in qualcosa e poi coinvolgere il corpo, tirandolo per una manica. Il corpo seguirà la mente. Certo, per fare le sue famose dodici piroette Baryshnikov ha bisogno di dodici anni di lavoro, ma è solo un dettaglio. La cosa importante è la mente."


 Philippe Petit ha compiuto delle imprese davvero straordinarie. Tutta la sua vita è stata una continua ricerca della perfezione, sotto la spinta di un'inestinguibile passione. Quale? Quella di avvicinarsi sempre più al cielo, ma tenendo sempre i piedi poggiati "a terra" (si fa per dire...) o, meglio, su una fune o su un cavo d'acciaio. teso all'inverosimile. Prestigiatore, mimo, anche - per un breve periodo - borseggiatore, saltimbanco e, alla fine  funambolo e tutto, sempre, da autodidatta.
Philippe Petit non s'è mai accontentato di fare il semplice funambolo da circo, quello che  tutti abbiamo visto camminare su una fune tesa a sette-dieci metri da terra, ma con la rete di sicurezza distesa al disotto: ha voluto specializzarsi in avventure spettacolari (che lui definisce  semplicemente "passeggiate").
Imprese come - giusto per elencarne alcune -  la traversata sulle cascate del Niagara, oppure la camminata di 800 metri su di una corda tesa - in diagonale e in pendenza - sino al secondo piano della Tour Eiffel, o ancora la traversata dalla sommità di una delle Twin Towers all'altra.
Nel corso della sua vita ha accumulato un numero sorprendente di arresti (alcuni dicono 500) dal momento che queste sue imprese - salvo i rari casi in cui è stato autorizzato preventivamente come nel caso di quella della Tour Eiffel - sono tutte illegali, arresti che sono giunti al compimento dell'impresa, oppure prima.
Ognuna delle sue imprese, come la traversata delle Twin Towers,
quella in assoluto più famosa, richiede progettazione, attenta pianificazione, preparazione tecnica (compreso l'allestimento di tutti i materiali tecnici occorenti, a partire dal cavo che, di volta in volta, in funzione delle caratteristiche della passeggiata (altitudine, forza dei venti, pendenza) deve essere appositamente costruito.
Philippe Petit ha scritto ben tre libri.
Uno, quando ancora aveva 17 anni e quando - come lui stesso afferma - ancora non sapeva nulla degli aspetti pratici del funambolismo e delle intuizioni che vi sono contenute oggi lui stesso non finisce mai di stupirsi, quando gli capita di rileggerlo (Trattato di funambolismo, Ponte alle Grazie, 1999).
Nel secondo volume, Toccare le nuvole. Fra le Twin Towers, i miei ricordi di funambolo (Ponte alle Grazie, 2003), corredato da una serie di illustrazioni (per lo più foto in BN), racconta con ricchezza di dettagli la progettazione, la pianificazione e, infine, la realizzazione della "passeggiata" tra le due Torri del WTC di New York.
Infine, il terzo, Credere nel vuoto (Bollati Boringhieri, 2008), realizzato con il materialr raccolto in occasione di uno degli incontri organizzati da Torino Spiritualità (www.torinospiritualità.org) che si propone "di porre domande che non cercano mai una sola risposta", su temi che intersecano la filosofia, la teologia, la storia delle religioni, la politologia, le scienze  sociali e quelle umane.
Philippe Petit è considerato per le particolarità delle sue scelte e del suo modo di vivere una persona che ha qualcosa da dire a chi si occupa di spiritualità e che non si accontenta di risposte univoche a domande semplici. Ed è più che legittimo attendersi questo da un uomo temprato a camminare vicino al cielo, senza poterlo mai toccare e con il suolo sotto di sé ad un'infinita distanza senza nessuna protezione: un uomo solo tra terra e cielo con la sua immensa fragilità e armato della sua passione e di una forte volontà.
In quest'ultimo libro  (che è la trascrizione esatta della conferenza-incontro con il gruppo torinese, con la moderazione di Michele Serra), Philippe Petit ci spiega  che le sue "passeggiate" sono innanzitutto una faccenda di testa, prima ancora che una performance fisica.  Bisogna innanzitutto volere e credere, è una faccenda di fede, dunque - spiega Petit.
Camminare sul filo, per lui, è una specie di "religio" nel senso dei Latini (dal verbo "religare", cioè unire legando assieme. Nella sua esperienza, Philippe Petit parte da un punto noto e sa che dovrà compiere una traversata sino ad un punto ignoto e che, da quel momento, quei due punti saranno per sempre uniti, anche quando le luci si saranno spente e quel cavo d'acciaio teso sul vuoto, su cui lui ha camminato con semplicità sarà stato smontato.
Nelle semplici parole con cui si esprime, Philippe Petit dimostra di essere davvero un uomo straordinario che ha compiuto imprese storiche e mirabolanti che rimangono per sempre nei nostri cuori, come quella memorabile ed emozionante del 1974 (le Twin Towers). Ora le  torri del WTC non ci sono più, il ricordo della sua impresa rimane e segna  con un marchio profondo di fede e speranza un mondo che questi due valori sembra non possederli più.
Philippe Petit è un uomo interessante e volitivo, anche perchè afferma - con il carisma che gli compete -  che se uno vuole può sviluppare il talento per compiere qualsiasi cosa gli piaccia fare: in altri termini, come affermava con forza anche Lawrence d'Arabia - altro  personaggio straordinario - "Nulla è scritto", mentre ciò che importa veramente nel raggiumento dell'obiettivo che ci si è posto sono la determinazione e l'applicazione, la volontà e la costanza: armati di queste qualità, e avendo anche fede in se stessi, nelle proprie capacità e nelle proprie forze, si può arrivare dovunque. Come insegna Philippe Petit, non tutto si può raggiungere: alcune imprese, lungamente studiate, dopo anni di preparativi si fermano prima della loro realizzazione. Ma è già importante che tutte le energie interiori siano state profuse nella fase della progettazione, anche se poi viene a mancare il segmento finale della performance. in senso stretto. Quell'impresa non compiuta rimarrà come "sogno nel cassetto" e fornirà "carburante" per la progettazione e la realizzazione di altre avventure.
Con le sue parole Philippe Petit ci trasmette un messaggio di grande spiritualità, pur dichiarando di non essere credente nel senso ordinario della parola. Il decano Morton della chiesa newyorkese di Saint John the Divine dove Philippe vive da quasi 25 anni in una parte dell'edificio che il decano gli ha concesso per il suo uso abitativo privato ha detto significativamente di lui: "Philippe non crede in Dio. Dio però crede in Philippe", nel senso che Dio vede il dio che è in in lui.
  
     
 



articolo tratto dal sito http://www.iutaitalia.it/ associazione italiana ultramaratona

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