giovedì 8 maggio 2014

È meglio parlare con gli sconosciuti

In montagna viene facile. Ci si saluta, si scambiano sorrisi, qualche parola. A volte notizie. Un incrocio di occhi e dialoghi veloce, il passo riprende confortato dallo scambio, informato che il torrente oggi è meglio evitarlo e che la meta è lì, poco oltre il sentiero. In ascensore è più complicato, «quell’altro» occupa il nostro spazio vitale. Il suo corpo, il suo respiro sono nell’area della nostra “bolla”. In genere si sceglie il silenzio accompagnato dall’urgente bisogno di verificare se gli angoli delle pareti sono realmente perpendicolari o la curiosità per i bottoni dei piani, forme e colori, e ci si scopre impegnati in un ossessivo interesse a qualsiasi targhetta della manutenzione. Tutto pur non incrociare lo sguardo del compagno di viaggio. Figuriamoci parlare. Può bastare un «buongiorno» a cambiare l’umore? A volte sì. Una chiacchiera, al caffè, un discorso, in autobus o in aereo, un’indicazione per strada migliorano la giornata. Non diventerà amicizia. E neppure si tratta di attaccar discorso in cerca di nuovi amori. Ma di pura relazione umana. Toccasana per l’umanità. Lo hanno dimostrato alcune ricerche della University of Chicago Booth School of Business, condotte da Nicholas Epley e Juliana Schroeder. «Molte persone sono convinte che la solitudine sia più piacevole dell’impegno in una conversazione», dice Epley, che oltre a essere docente di gestione delle organizzazioni e leadership efficaci, tiene un corso su come progettare una buona vita.
Le loro équipe hanno lavorato cogliendo quei momenti che sembrerebbero vuoti di relazioni reali, nelle sale d’attesa, su bus, treni e aerei. Che sono in realtà dense di rapporti, come ha dimostrato Paul Watzlawick, e la scuola di Palo Alto, antesignani e caposaldi delle neuroscienze: «Dato che il comportamento è comunicazione non è possibile non comunicare», sosteneva nella «Pragmatica della comunicazione umana» e «in ogni scambio comunicativo si crea una relazione sociale tra i comunicanti che va oltre la semplice trasmissione del messaggio». Per dimostrare che non solo esiste ma, se fatta in modo esplicito, la comunicazione fa bene, Epley e colleghi hanno reclutato i pendolari alle stazioni di Chicago chiedendo di rompere il paradigma secondo il quale non sta bene guardare uno sconosciuto e figuriamoci attaccar bottone. Nella sperimentazione (retribuita con un buono da 5 dollari al caffé) hanno chiesto a gruppi di persone di immaginare l’avvio di una conversazione in treno: Potrebbe essere piacevole? Avrebbero potuto sentirsi felici dopo?

Poi, divisi in «oratori» e «solitari», i pendolari hanno iniziato il loro viaggio, alcuni con il compito di scambiare quattro chiacchiere con sconosciuti, altri con quello di replicare la loro routine di pendolari silenziosi. Risultato? Tutti quelli che hanno chiacchierato hanno raccontato di aver vissuto momenti piacevoli. Non solo, anche gli estranei convolti avevano ammesso che il viaggio era stato più breve. «Sembravano tutti più felici, a differenza dei solitari», ha spiegato Epley. «C’è una sorta di riluttanza verso l’estraneo nelle nostre società, che si esprime in diversi modi», dice Oscar Brenifier, autore di «Il libro dei contrari filosofici» (Isbn) che nei suoi corsi di filosofia pratica insegna l’arte del dialogo. «Radicata soprattutto nei Paesi anglosassoni, dove il puritanesimo ha educato a una certa distanza, sia fisica sia psicologica. Mentre ci sono culture, come quella del Mediterraneo, per le quali è naturale parlare con un estraneo perché lo «straniero» ha rappresentato in passato possibilità di commercio. E, utilità a parte, la storia ha mostrato che spesso il dialogo anche con chi non si conosce è un’esperienza liberatoria, da cui deriva piacere e la sensazione di un successo personale».
Stilando un elenco dei benefici c’è chi racconta che una chiacchiera anche in aereo non è mai vuota, apre ad altre riflessioni, oppure che nella sala d’aspetto del dentista ha scoperto di essere capace di parlare o di sentirsi inserito nel mondo.. «Scopri che sei in contatto con il mondo», racconta Eleonora, pendolare nella tratta Milano-Pavia. «Non dimenticherò un anziano signore che aveva in mano una carta piena di numeri. Non era rassicurante. Ho avuto buon senso e ho sorriso. Era un matematico che si era trasferito per insegnare al Politecnico. È stata una conversazione ricca di spunti». A volte si tratta di incontri strepitosi: «Lo è stato scoprire che in metrò sedeva accanto a me un vecchio ragazzo che aveva partecipato all’ Olimpiade invernale del 1936», racconta Diego, sciatore appassionato. «Anche se ora tutti hanno le orecchie collegate ai cellulari e parlare diventa maleducato». Stilando un elenco dei benefici c’è chi racconta che una chiacchiera anche in aereo non è mai vuota, apre ad altre riflessioni.
«Quando si parla si riattivano i circuiti neuronali che espongono alle esperienze emotive», dice Enrica Quaroni di Modelli di Comunicazione docente di Programmazione neurolinguistica ai manager. «Si rafforza l’opinione di sé e dell’altro e si rimettono in circolo emozioni con cui si aveva il bisogno di fare i conti». Inoltre, continua Quaroni, si crea una variazione e anche se momentanea è abbastanza significativa da mettere in gioco l’apprendimento per differenza. «Certo si tratta di rompere la psicotrappola della difesa in anticipo», dice Giorgio Nardone, psicoterapeuta e fondatore del Centro di Terapia Strategica di Arezzo. «Per le regole sociali la vicinanza non è dignitosa», dice Nardone, che ha da poco pubblicato Psicotrappole (Ponte alle Grazie). «Ci si difende e si crea così un circolo vizioso del rifiuto». Per dirla ancora con Paul Watzlawick: «Ogni evento della comunicazione è inserito in un circuito circolare per cui ogni evento è simultaneamente stimolo - risposta - rinforzo». Si comunica in modo globale. «Cominciando dal non verbale», puntualizza Nardone: uno sguardo, un sorriso con chiunque incontriamo innesca un processo di accoglienza, oltre ad attivare i neuroni specchio. Fa sentire le persone accettate, importanti. Poi si passa al dialogo e cioè allo scambio di intelligenze e prospettive. Il benessere dell’incontro con uno sconosciuto vale quanto una seduta terapeutica, ma come quella deve restare nel setting, con un inizio e una fine». Insomma né amici né amanti. Ciao, buongiorno e chissà.. forse di nuovo in questo tratto.

da Corsera - http://www.corriere.it/cultura/14_maggio_02/meglio-parlare-gli-sconosciuti-440b358a-d225-11e3-8ed3-fdcfbf1b09b2.shtml

domenica 4 maggio 2014

A mio padre di Gloria Rizzi

Sentire i passi nella notte...
seguire il tuo sguardo....e
in un attimo .. tutto sembra chiaro....
si delinea una forma precisa, attenta e sicura
La tua mano sulla mia spalla .....e la serenità improvvisamente mi invade..cancellando ogni tensione...
Poi il nulla ...e tutto è come prima...
La notte continua il suo cammino...
nell'oblio di quel magico momento.

domenica 27 aprile 2014

La Pace è ogni passo. Thich Nhat Hanh


Trascinati nel vortice della vita moderna, ci è sempre più facile perdere di vista quella Pace cui avremmo invece diritto in ogni momento.
 Thich Nhat Hanh, maestro zen, famoso in tutto il mondo ci insegna a sfruttare positivamente proprio quelle situazioni che di solito sono la causa di tensione e contrarietà.
Un libro illuminante che vi consiglio di leggere.

venerdì 18 aprile 2014

Gabriel García Márquez 1927-2014

VIVERE IL MORIRE 
Darei valore alle cose non per quello che valgono
ma per quello che significano.
Dormirei poco, sognerei di più.
So che per ogni minuto che chiudiamo gli occhi
perdiamo 60 secondi di luce di cioccolata.
Se Dio mi concedesse un brandello di vita,
vestito con abiti semplici, mi sdraierei, al sole
e lascerei a nudo non solo il mio corpo
ma anche la mia anima.
Dio mio, se avessi cuore, scriverei il mio odio sul ghiaccio
e aspetterei che si alzasse il sole.
Dipingerei le stelle con un sogno di Van Gogh.
con un poema di Benedetti, una canzone di Serrat
sarebbe la mia serenata alla luna.
Bagnerei con le mie lacrime le rose
per sentire il dolore delle spine
ed il bacio vermiglio dei petali.
Dio mio, se io avessi ancora un brandello di vita
non lascerei passare un solo giorno
senza dire alla gente che io amo, io amo la gente.
Convincerei ogni uomo ed ogni donna
che sono i miei favoriti
e vivrei innamorato dell'amore.
E dimostrerei agli uomini quanto sbagliano
quando pensano di smettere di innamorarsi
quando invecchiano senza sapere che invecchiano
quando smettono di innamorarsi.
Darei ad ogni bambino le ali
ma lo lascerei imparare, da solo, a volare.
Ai vecchi insegnerei che la morte
non arriva con la vecchiaia ma con l'oblio.
Ho imparato molte cose da voi, dagli uomini...
Ho imparato che tutti, al mondo,
vogliono vivere in cima alla montagna
senza sapere che la vera felicità
sta in come si sale la china.
Ho imparato che quando un neonato afferra,
per la prima volta, con il suo piccolo pugno,
il dito di suo padre, lo terrà prigioniero per sempre.
Ho imparato che un uomo
ha diritto di guardare un'altro uomo
dall'alto verso il basso solo quando lo aiuta a rialzarsi.
Sono tante le cose che ho potuto imparare da voi
ma non mi serviranno davvero più a molto
perchè quando guarderanno in questa mia valigia,
infelicemente io starò.
da PensieriParole <http://www.pensieriparole.it/poesie/poesie-d-autore/poesia-7948?f=a:334>

domenica 13 aprile 2014

Respirare e Camminare

Respirare e camminare coscientemente genera l’energia della consapevolezza. Questa energia riporta la mente al corpo facendoci vivere davvero nel momento presente, a contatto con le meraviglie che ci sono in noi e attorno a noi. Se riusciamo a riconoscere tali meraviglie, arriviamo immediatamente alla felicità. Aprendoci del tutto al momento presente, scopriamo che abbiamo già abbastanza motivi per essere felici: anzi, più che abbastanza.
Non abbiamo bisogno di andare a cercare qualcos’altro nel futuro né in nessun altro posto. Ecco cosa significa soffermarsi o risiedere felicemente nel presente.
                                 Thich Nhat Hanh, La pace è ogni respiro

lunedì 7 aprile 2014

Libri

Quanto più s'allarga la nostra conoscenza dei buoni libri,
tanto più si restringe il cerchio degli uomini la cui compagnia è gradita.

Ludwig Feuerbach (1804–1872)

mercoledì 5 marzo 2014

A chi esita di Bertolt Brecht 1898-1956

 Dici:
per noi va male. Il buio cresce. Le forze scemano.
Dopo che si è lavorato tanti anni
noi siamo ora in una condizione
più difficile di quando si era appena cominciato.
E il nemico ci sta innanzi più potente che mai.
Sembra gli siano cresciute le forze.
Ha preso una apparenza invincibile.
E noi abbiamo commesso degli errori,
non si può negarlo.
Siamo sempre di meno.
Le nostre parole d’ordine sono confuse.
Una parte delle nostre parole
le ha stravolte il nemico
fino a renderle irriconoscibili.
Che cosa è errato ora, falso,
di quel che abbiamo detto?
Qualcosa o tutto?
Su chi contiamo ancora?
Siamo dei sopravvissuti, respinti,
via dalla corrente?
Resteremo indietro, senza comprendere
più nessuno e da nessuno compresi?
O contare sulla buona sorte?
Questo tu chiedi.
Non aspettarti nessuna risposta
oltre la tua.

lunedì 20 gennaio 2014

Vi auguro sogni a non finire di Jacques Brel

Vi auguro sogni a non finire
la voglia furiosa di realizzarne qualcuno
vi auguro di amare ciò che si deve amare
e di dimenticare ciò che si deve dimenticare
vi auguro passioni
vi auguro silenzi
vi auguro il canto degli uccelli al risveglio
e risate di bambini
vi auguro di resistere all’affondamento,
all’indifferenza, alle virtù negative della nostra epoca.
Vi auguro soprattutto di essere voi stessi.

Jacques Brel

 

LETTORI FISSI